28th
nowadays - electronic songwriting?

(la foto dei Nôze è di landrew hansberger)
era un po’ che non compravo cose della Get Physical; precisamente, dalla pubblicazione del debutto di Chelonis R. Jones, dislocated genius; certo, movements dei Booka Shade faceva il punto su quello che era il suono dell’etichetta, tuttavia, pur ascoltati i pezzi un milione di volte, l’amore non era scattato; non solo, nel 2008, quel suono sembra esserci arrivato col fiato corto, cortissimo, un po’ come il revivalismo italo e gli innesti space alla Lindstrøm.
ecco invece che la Get Physical ribalta un po’ tutto e dà alle stampe il terzo disco dei francesi Nôze, Nicolas Sfintescu ed Ezechiel Pailhes, approdati sulla label berlinese con la pubblicazione del 12” danse avec moi giusto il mese scorso; songs on the rocks, questo il titolo del disco.
ci arrivo con enormi perplessità, nonostante quel balearico piano 90’s[*] del drama-singolone remember love (contenuto nell’album), per molti il pezzo techno del 2007, pezzo che grazie al testo entra di diritto nella top10 dei pezzi “electro/house cantati” - insieme a, per dire, glamourama di Photek, la discoteca degli Exch Pop True, teachers dei Daft Punk, losing my edge degli LCD soundsystem, what happened? di Abe Duque… ed eccetera.
dubbi che si squagliano di fronte ad un disco insolito, anche perché decentrato rispetto alle aspettative, dove l’utilizzo del mezzo elettronico pare solo, e sottolineo solo, un “mezzo-per” fare del pop con una sensibilità tutta europea, una cosa francotedesca tipo alsazia-lorena, i brani strutturati attorno alla linea di pianoforte, qualcosa che sconfina spesso nel blues, anche grazie alla voce waitsiana di Nicolas, nel cabarettistico malinconico che di solito non tollero e invece, nel cinematico e nell’atmosferico___
l’esempio è lo scarto compiuto nel passaggio tra un altro successone dei Nôze di tre anni fa, kitchen, incursione minimal nei privé più sozzi d’europa, e la versione ripresentata in questo disco, flash pianistico da un minuto e mezzo che trasfigura totalmente il ben noto verso “come on and follow me, we’ll have some fun, i’ll make you come all night long”.
questo, il video del brano del 2005:
e questa, invece, la pop version contenuta nel disco.
il che non significa che songs on the rocks sia un disco da avere assolutamente…; forse ci vorrà un altro album per misurare l’effettivo potenziale dei Nôze e capire se questo disco avrebbe dovuto esser letto come un mezzo passo falso o piuttosto come il primo abbozzo della nuova direzione intrapresa dai due.
tuttavia, ciò che più mi preme è il contesto in cui si inserisce il disco, un contesto che ha visto uscire nei primi mesi del 2008 altri due album - questi sì, almeno per me, da avere assolutamente - che fanno del mezzo elettronico, come dicevo sopra, solamente un “mezzo-per” giocare con la materia pop, ognuno a modo suo, tenendo conto dei trascorsi dei due artisti in campo: sexuality di Sébastien Tellier e when horses die… di Thomas Brinkmann.
la cosa curiosa è che entrambi girano attorno al sesso, alla morte e al desiderio, l’un l’altro come recto e verso delle medesima - psicoanaliticamente lacanian/freudiana - medaglia, entrambi di una bellezza morbosa e notturna, il difficilmente confessabile che cresce tra le radici dell’umano, ma sottopelle.
entrambi esemplificazione (e in questo senso estremamente interessantissimi) di come sia cambiato radicalmente il linguaggio musicale nel corso di questi anni - l’adagio che se ne ricava è qualcosa di questo tipo: “non esiste musica degli anni ‘50 ‘60 ‘70 eccetera, ma esistono suoni vecchi e suoni nuovi, suoni degli anni ‘50 ‘60 ‘70 eccetera legati all’evoluzione tecnica dei modi per produrli”; di come, dunque, gli autori stiano approcciando la scrittura musicale, passatemi il termine, alta (in contrapposizione alle one-hit-wonder da classifica alla Robyn, per dire, dove il flirt va avanti da tempo, ma in una maniera, con le dovute eccezioni - Richard X per esempio - molto più superficiale), attraverso l’utilizzo di suoni “electro”; di come stia facendosi largo un’idea definibile come electronic songwriting, il rinnovarsi della forma canzone facendo uso di nuovi strumenti, senza limitarsi ad introdurli per fregiarsi del, ehi! sto facendo elettronica! e poi che cazzo te ne frega se non ho nulla da dire - e questo è enormemente positivo, posto appunto che uno, il talento, o ce l’ha, o non ce l’ha[**].
NOTE:
[*] ma quanto splendono ancora, a distanza di vent’anni, le poche righe di pianoforte che costituiscono l’anima di strings of life di Derrick May? ci sono giorni che mi ritrovo a canticchiarle dal nulla, all’infinito. a chi interessasse, la mia preferenza va per la versione del ‘95 denominata strings of the strings of life, una sorta di sidereus nuncius edit che riduce la battuta all’osso e lancia quelle note nello spazio profondo. che è poi uno dei motivi per cui amerò per sempre la detroit techno.
[**] comunque, tutto questo può anche non essere una grande novità - basti pensare a certi Kraftwerk, ai Massive Attack, ai Portishead: di nomi ce ne sono parecchi. quello che mi colpisce è che il percorso sembra essere quello di artisti che partono dalla materia elettronica per giungere ad un ibrido pop, piuttosto che musicisti ancora in un certo senso “tradizionali”, per cui l’ibridazione si colloca più sul piano dello strumento che su quello delle idee di partenza e del risultato - forse solo i Kraftwerk, da questo punto di vista, possono essere considerati, anzi, anche da questo punto di vista, dicevo, possono essere considerati degli autentici padri…
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