helmut newton, 1983 - una scena da un balletto di pina bausch
due note veloci sul perché pina 3d di wim wenders sia da evitarsi, in risposta a un cortese commento più sotto.
la sensazione che ti lascia pina 3d è di disappunto: non riesco a capire cosa wenders volesse fare. il grande problema è: come tradurre un’arte in un’altra? o ci provi e reinventi; oppure non lo fai e affronti il tema da un’altra prospettiva, rinunciando in partenza alla traduzione.
nel secondo caso ci saremmo trovati di fronte a un “documentario” o un “biopic”, con vita e opera dell’autrice ricostruite attraverso documenti originali, riprese dal vero di sue pièce, interviste ai danzatori, eccetera.
nel primo caso invece ci saremmo trovati di fronte a un lavoro più coraggioso, forse pretenzioso, ma capace di ricostruire, certo nel proprio linguaggio, quell’intreccio di forze che i lavori della bausch hanno sempre messo a nudo - un lavoro, insomma, squisitamente cinematografico, ma che si nutre della struttura e dei temi di un’altra arte (penso, per dire, al mahabharata di peter brook).
il fatto è che wenders non fa nessuna delle due cose a pieno e il risultato è frustrante.
il film si compone di tre motivi ricorrenti:
1. la presentazione di alcuni dei suoi lavori (ne sceglie quattro) “come se” si fosse a teatro;
2. brevi interviste ai ballerini;
3. ri-presentazione di coreografie, passi a due o pezzi solisti, in setting urbani o naturali;
non gliene frega di fare un documentario, al punto che manco si sa quando sia nata o quando sia morta la bausch, né quante pièce abbia “pensato”, per dire.
le interviste ai ballerini sono primi piani del tipo “mi ha parlato una sola volta in 25 anni e quello che mi ha detto - generalmente un “devi trovare l’energia che ti guida” - mi ha aperto gli occhi sul mondo”; ovviamente col risultato che siamo in odore di agiografia tipo l’opuscolo pubblicitario “una storia italiana” di berlusconi.
e poi? ma puoi riprendere i lavori teatrali e riproporli paro paro sul grande schermo? ma sei scemo? la parzialità dell’occhio è lampante, si perde completamente la coralità del gesto (cosa che, pur da neofita della danza quale sono, mi è sempre sembrata centrale); l’incazzatura per il fatto che io sia al cinema a vedere quel lavoro e non a teatro è enorme, la svalutazione del mezzo utilizzato - il cinema - è implicita.
l’unica cosa riuscita sono quelle coreografie girate in posti stupendi - l’esterno di una fabbrica; un parco; una cava; un fiume; ecc. e se ci si fa caso il trailer ufficiale arriva per 4/5 da lì - perché fanno della parzialità dello sguardo un punto di forza: e lì apprezzi ogni movimento, ogni sguardo, ogni tensione, cose che, quando vai a teatro, fai fatica, dalla dodicesima fila se ti va bene, ad apprezzare.
io ho visto un solo spettacolo della bausch, vollmond, e viste alcune parti (anche se le definirei piuttosto “movimenti”, come nelle sinfonie) riproposte sullo schermo il risultato è sconfortante.
per quanto riguarda il 3d: sì, effettivamente ha un senso vederlo così - almeno credo, non ho visto anche la versione 2d ;) -, ma a ‘sto punto, se devi usare il 3d per renderlo “ancora più simile alla realtà”, be’, allora lasciami andare a teatro.
insomma: la bausch va vista a teatro, e intanto aspetto un documentario fatto dalla bbc.