Ottobre 23, 2011
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ci sono dei bambini che vanno al planetario. ci andiamo anche io e te. i planetari sono a pianta circolare, le sedie disposte ovunque e sparse sotto la cupola stellata. tra questi bambini ce n’è uno seduto da solo, lontano da tutti, che si guarda attorno. lo osserviamo. penso sia stato abbandonato dagli amici, che non sia simpatico o che abbia combinato qualcosa. e probabilmente si sente in colpa per quello che ha fatto, litigando in corridoio o durante la ricreazione con i suoi compagni. è stato isolato o si è isolato da solo, poco importa, perché ogni comunità necessita che l’espiazione sia evidente. provo pena per lui, come per tutti i cuccioli di uomo. o forse si è seduto lì da solo per marcare una differenza, la propria differenza rispetto agli altri compagni di classe, troppo impegnati a guardare il cellulare e a fare versi mentre la signora del planetario racconta dell’etimo della parola “settentrione”. questo nostro bambino solo, seduto in disparte, per quanto abbia voluto marcare questa sua differenza, con una certa dose di narcisismo onnipotente, si sente solo. sente che sta succedendo qualcosa, come una sfida alle convenzioni del gruppo, e che ha ottenuto una posizione in bilico, conquistata a forza, tra ciò che suscita rispetto e ciò che invece diviene ridicolo. magari qualcuno dei due o tre con cui di solito gioca lo avrebbe raggiunto, sta pensando. e invece, quelli, sono intenti a chiacchierare con le compagne dai lunghi capelli e le felpe di abercrombie. il bambino si guarda attorno disorientato, dondola le gambe dalla seggiola più grande di lui, e ancora non sa i nomi delle cose tutte, ma sente di avere bisogno degli altri, in una maniera che, quasi, lo infastidisce. gli piace stare in disparte, sente. sente e si dice. anche tu lo osservi lungamente. mi chiedo che cosa pensi. ci vorrà un po’ di tempo, il tempo necessario perché l’assenza dal gruppo venga notata, ugualmente necessario perché quella prova di coraggio lui la consideri superata, perché il bambino si decida a raggiungere gli altri. mentre ascolto la signora del planetario raccontarmi delle costellazioni ho la testa per aria. a un certo punto abbasso lo sguardo nella direzione del ragazzino: non è più lì. il resto del tempo passa in fretta. usciamo tutti e due, tu, felice per una cosa che non avevi mai fatto. poco più avanti il ragazzino, a guardare i minerali incapsulati all’ingresso, allungando la mano verso un cristallo di silicio, incerto.

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