Perché ci si appassiona alle sconfitte? È una domanda che mi rivolgo spesso; una di quelle che ti rivolgi sul lettino, in seduta, mentre il flusso di parole si interrompe su questa domanda e non sai più che dire. Sei sdraiato, gli occhi si aprono e guardi intorno. Non è che puoi propriamente guardarti “intorno”: essenzialmente, a seconda della collocazione della testa sul lettino e dell’imbarazzo nei confronti di un gesto che non vuoi palesare - perché chi sta dietro di te registra tutto e potrebbe cogliere (e succede SEMPRE) quello che stai pensando. Una domanda del genere interrompe le parole. Scorri le copertine dei libri nello studio, segui la sottile crepa lungo la parete che arriva fino alla finestra. “Non so”, dici, “la depressione”. Alla finestra c’è parecchia luce, dietro alle tendine. Tutta quella luce che ti chiedi dove sia andata a finire, nella tua vita. C’è un pezzo dei Joy Division, Atmosphere, che è un inno alla luce, quando la luce inonda la stanza accanto alla tua e illumina di ritorno il corridoio. Vedi il pulviscolo che danza estatico. La luce, in quel brano dei Joy Division, non è luce piena, ma è un prisma rifratto, proprio come nei quadri di Hopper, che sono tutti degli studi sulla capacità della luce di permanere. Anche in Hopper la luce è pulviscolo tangibile. Qualcosa che è come un’attesa o una constatazione. Tu sei sdraiato sul lettino e taci; ti chiedi perché la grandiosità della luce e della vita che ti hanno insegnato a sognare non è la stessa della vita che fai ogni giorno. In fondo non sogni più nemmeno le stesse cose. O forse, il fatto reale, ciò con cui devi fare i conti, è che non sai cosa sognare. È veramente una questione di luce, di spazio interiore. Ci sono dei momenti che sogno il deserto, le spiagge assolate, il sole a picco. Ci sono dei momenti che tutto tace dentro e puoi veramente tornare a respirare. Esci da quella stanza, attraversi il corridoio in silenzio. Cerchi le chiavi. La moquette sulle scale ti ricorda l’infanzia. Le piante nell’angolo, il gatto ti viene incontro. Senti che sei uno con quel gatto, con quella pianta, con quella cosa che frinisce pianissimo, da qualche parte. Spingi lentamente la porta e sei fuori, nella luce di un giorno qualunque, seppur accecante.
[Ehi ehi ehi! Mi sono addottorato. Congratulazioni]


