Aprile 18, 2014
E così, in un clima di contrazione generale del sistema culturale italiano, “Cannes e dintorni” quest’anno non si terrà. Però ieri ha aperto l’Esselunga più grande d’Italia. Tutti contenti, no?

E così, in un clima di contrazione generale del sistema culturale italiano, “Cannes e dintorni” quest’anno non si terrà. Però ieri ha aperto l’Esselunga più grande d’Italia. Tutti contenti, no?

Aprile 14, 2014

leugenio:

Vittorio Gassman e Serge Reggiani, "La terrazza" (Ettore Scola, 1980).

(Fonte: haidaspicciare)

Aprile 11, 2014
Una delle grandi «verità» del percorso di un paziente in analisi è l’arrivare a una specie di piattaforma di certezza in cui nessuna certezza è effettivamente tale. E un paziente in analisi di certo ha problemi ben più urgenti del gioire del trovarsi nella posizione cartesiana del cogito. Questo vale non tanto per la ricaduta epistemologica del concetto di certezza - dietro ogni “concetto” sussiste un “giudizio” che lo rende assolutamente parziale - quanto più prosaicamente per le singole esperienze personali che ogni paziente aveva fino a quel punto definito “certezze”. Nel momento in cui l’incrollabilità di ogni, appunto, certezza viene messa in discussione - e la catena ricorsiva un tempo arrestantesi proprio alle pendici e in grazia di quelle certezze ora riprende il suo corso ad infinitum - ciò che affiora, nella mente del paziente, è il dato bruto della frustrazione. Ci sono casi in cui il paziente si vede vivere in grazia di questo processo tutta una determinata serie di esperienze votate al fallimento. Credo che si possa asserire con certezza (sic!) che non vi sia niente di peggio, nel vivere umano, che esperire la forza e la brutalità del vincolo dello schematismo.
È assai probabile che suddetti pazienti sviluppino una consapevolezza ulteriore del proprio Sé, nella misura in cui arrivino a conoscere dal di dentro il motto socratico del sapere di non sapere. Anche qui, magra consolazione.
Più di tutto, però, sapere di essere un fascio di meccanismi; difensivi, in primis.
Questa serie di meccanismi - mi è stato detto da qualche paziente - sembrano venire a galla nel deserto di certezze di cui sopra e accompagnano la frustrazione del non sapere con quella del non potere - generalmente, non poter spezzare quei meccanismi. «Sono (loro, gli Altri ad essere) più forti di me», avrà a dire un paziente in seduta.
La modalità di espressione di queste catene automatiche di risposta è certo gerarchica e strutturata. Pur nella sua complessità e plurivocità ogni tanto il paziente ha l’impressione di riuscire a coglierne il perché, o perlomeno un brandello di senso che subito sfugge in rigagnoli impercorribili.

[…]

E così, dopo mesi e mesi, ti rendi conto che la depressione potresti considerarla tranquillamente un sintomo, o, come ho sentito dire qualche anno fa, un sintomo egosintonico. Non so se uno psicologo possa essere d’accordo con me, ma del resto io sto seduto dall’altra parte. La cosa peggiore rubricabile all’interno del non sapere e del non potere è l’idea che esista una cosa brutta a monte di quella cosa brutta in funzione della quale le cose fanno le veci di altre cose. La cosa peggiore è la sensazione di non riuscire ad andare oltre quel velo rappresentato dalla seconda cosa brutta rispetto alla prima cosa brutta - e che devi cavartela sfruttando inferenze di inferenze. La cosa peggiore, infine, è l’idea che la cosa brutta a monte della cosa brutta ha la capacità di infettare qualunque cosa la tua testa abbia prodotto in passato e - già… - stia producendo anche nel presente, e nel presente appena passato, in un arco di tempo che separa il momento attuale da quello indefinito in cui la cosa brutta a monte della cosa brutta si è installata nel tuo organismo e ne ha fatto la sua casa. E la cosa veramente orribile, la cosa che veramente ti lascia paralizzato e ti fa meditare sulla “soluzione Wallace”, è sentire la (s)piacevole sensazione che, in fondo, quella sia anche la tua casa.

Una delle grandi «verità» del percorso di un paziente in analisi è l’arrivare a una specie di piattaforma di certezza in cui nessuna certezza è effettivamente tale. E un paziente in analisi di certo ha problemi ben più urgenti del gioire del trovarsi nella posizione cartesiana del cogito. Questo vale non tanto per la ricaduta epistemologica del concetto di certezza - dietro ogni “concetto” sussiste un “giudizio” che lo rende assolutamente parziale - quanto più prosaicamente per le singole esperienze personali che ogni paziente aveva fino a quel punto definito “certezze”. Nel momento in cui l’incrollabilità di ogni, appunto, certezza viene messa in discussione - e la catena ricorsiva un tempo arrestantesi proprio alle pendici e in grazia di quelle certezze ora riprende il suo corso ad infinitum - ciò che affiora, nella mente del paziente, è il dato bruto della frustrazione. Ci sono casi in cui il paziente si vede vivere in grazia di questo processo tutta una determinata serie di esperienze votate al fallimento. Credo che si possa asserire con certezza (sic!) che non vi sia niente di peggio, nel vivere umano, che esperire la forza e la brutalità del vincolo dello schematismo.
È assai probabile che suddetti pazienti sviluppino una consapevolezza ulteriore del proprio Sé, nella misura in cui arrivino a conoscere dal di dentro il motto socratico del sapere di non sapere. Anche qui, magra consolazione.
Più di tutto, però, sapere di essere un fascio di meccanismi; difensivi, in primis.
Questa serie di meccanismi - mi è stato detto da qualche paziente - sembrano venire a galla nel deserto di certezze di cui sopra e accompagnano la frustrazione del non sapere con quella del non potere - generalmente, non poter spezzare quei meccanismi. «Sono (loro, gli Altri ad essere) più forti di me», avrà a dire un paziente in seduta. La modalità di espressione di queste catene automatiche di risposta è certo gerarchica e strutturata. Pur nella sua complessità e plurivocità ogni tanto il paziente ha l’impressione di riuscire a coglierne il perché, o perlomeno un brandello di senso che subito sfugge in rigagnoli impercorribili.

[…]

E così, dopo mesi e mesi, ti rendi conto che la depressione potresti considerarla tranquillamente un sintomo, o, come ho sentito dire qualche anno fa, un sintomo egosintonico. Non so se uno psicologo possa essere d’accordo con me, ma del resto io sto seduto dall’altra parte. La cosa peggiore rubricabile all’interno del non sapere e del non potere è l’idea che esista una cosa brutta a monte di quella cosa brutta in funzione della quale le cose fanno le veci di altre cose. La cosa peggiore è la sensazione di non riuscire ad andare oltre quel velo rappresentato dalla seconda cosa brutta rispetto alla prima cosa brutta - e che devi cavartela sfruttando inferenze di inferenze. La cosa peggiore, infine, è l’idea che la cosa brutta a monte della cosa brutta ha la capacità di infettare qualunque cosa la tua testa abbia prodotto in passato e - già… - stia producendo anche nel presente, e nel presente appena passato, in un arco di tempo che separa il momento attuale da quello indefinito in cui la cosa brutta a monte della cosa brutta si è installata nel tuo organismo e ne ha fatto la sua casa. E la cosa veramente orribile, la cosa che veramente ti lascia paralizzato e ti fa meditare sulla “soluzione Wallace”, è sentire la (s)piacevole sensazione che, in fondo, quella sia anche la tua casa.

Aprile 8, 2014
leugenio:

Flaubert a Ernest Chevalier. Rouen, 28 marzo 1841.

leugenio:

Flaubert a Ernest Chevalier. Rouen, 28 marzo 1841.

(Fonte: consquisiteparole)

Aprile 6, 2014

So che alcuni di voi capiscono la necessità di tornare a Neil Young in una qualunque domenica mattina di nulla e d’attesa.

Aprile 6, 2014
Un breve pezzo - con certo alcune forzature franco-gauche -  che centra perfettamente un aspetto del problema del contemporaneo vivere (da) precario: sopportare tutto, non sopportare nulla.

L’autore è Yannick Haenel e scrive per Libération; l’articolo è apparso su Internazionale n° 1044 due settimane fa con il titolo Una crisi senza fine che comincia dall’Italia.

(cliccando sull’immagine si arriva all’articolo completo)

Un breve pezzo - con certo alcune forzature franco-gauche - che centra perfettamente un aspetto del problema del contemporaneo vivere (da) precario: sopportare tutto, non sopportare nulla.

L’autore è Yannick Haenel e scrive per Libération; l’articolo è apparso su Internazionale n° 1044 due settimane fa con il titolo Una crisi senza fine che comincia dall’Italia.

(cliccando sull’immagine si arriva all’articolo completo)

Aprile 2, 2014

La misura del mio essere fuori dei giochi è scoprire solo ora della morte di Frankie Knuckles. Purtroppo non posso elaborare, perché Hitler mi aspetta. Avrò mai del tempo libero? Del resto, anche quando ce l’avevo non era mai effettivamente tale. Uff.

Marzo 22, 2014

Una specie di auspicio.

[Facciamo un gioco: contiamo i momenti di Connessione Reale Con L’Infanzia Negata contenuti nel video].

Marzo 22, 2014
Jason Segel nei panni di David Foster Wallace

archivio-dfw:

Ecco le prime immagini di Jason Segel nei panni di DFW mentre si gira il film basato su Come Diventare Se Stessi (minimum fax).

Niente di tutto questo avrei voluto succedesse. Del resto, al fatto che la realtà succeda indipendentemente dal mio volere ancora non mi ci sono abituato.

Marzo 12, 2014
Funziona o no la vendita di erba per uso ricreativo sdoganata nei primi stati degli Usa (e altri seguiranno)? Il Denver Post dice che dal 1 gennaio 2014, dunque nemmeno 2 mesi, lo stato del Colorado ha raccolto 2 milioni di euro in tasse sulla vendita di marijuana a scopi ricreativi (14 milioni il giro d’affari). E a che serviranno? Per le scuole. Già, reinvestiti nell’edilizia scolastica.

Renzi sistemi le scuole con la marijuana | Giacomo Talignani

Pensarci, caro Renzi, non sarebbe affatto male.

Marzo 6, 2014
Calvairatesburgh

Un paio di ragazze che non conosco, ma che hanno avuto un’ottima idea, hanno aperto un Tumblr dedicato al quartiere in cui vivo da, oramai, 14 anni qui a Milano, ossia Calvairate - anche se, da quanto ho capito, si vuole coprire idealmente tutta Zona 4. Qualche tempo fa V. ha saputo che le agenzie immobiliari lo ritengono il quartiere con la qualità della vita più alta in rapporto al prezzo al metro quadro degli immobili. Io ovviamente sto ancora in affitto, ma poco importa.

Marzo 3, 2014
between sound and space | an ECM Records resource (and beyond)

Segnalo un sito dedicato alle recensioni dei dischi ECM. Tra parentesi, oggi ho trovato un Garbarek/Hilliard Ensemble usato al Libraccio e scopro essere un buon disco: si tratta di Officium, dove l’improvvisazione del sax di Garbarek fa da contrappunto al classico repertorio dell’Hilliard, amplificandone l’aura emotiva nei pezzi più riusciti.

Febbraio 26, 2014
E’ un libro che può intossicare. E quindi capisco bene le parole di Nicola Lagioia. Il suo profondo rispetto e riserbo. Anche perché “I segnalati” è davvero un oggetto strano. […] in questo libro ogni passaggio è incomprensibile senza tenere conto della tessitura che lentamente si disegna. Anche se poi mancherà alla fine qualcosa. Come sempre deve mancare in ogni opera d’arte, credo. […] Vi si avverte [il] sentimento di una caduta ineluttabile. Di uno smarrimento. Di una dissipazione. Ed è strano, molto strano come Tedoldi descriva le case, gli appartamenti, nei quali più volte il protagonista ritorna, e che ogni volta sono differenti. […] Accade al lettore quanto accade ai protagonisti, che spesso vivono quella che “in gergo musicale si chiama un ripresa, il ritorno di un tema già ascoltato in precedenza”. Ma, forse, con qualche sottile differenza. E’ un libro che richiede al lettore un sacrificio. E’ come un male che non può estinguersi, ma passare dall’uno all’altro. A un certo punto, a pagina 251, leggiamo: “Lo scambio è avvenuto. Un male è passato da un fratello all’altro, tragica ironia della nostra arte mistica, non possiamo annientare un destino, ma solo trasferirlo, scambiarne il nascondiglio.”

Gianluca Minotti ha scritto il commento più bello che ho letto finora a I segnalati di Giordano Tedoldi. (via consquisiteparole)

È un bel commento, sì. Come scrissi tempo fa su Twitter, I segnalati resta, per me, un romanzo barocco; barocco e strutturalista, proprio per la natura di sistema che abbisogna della casella vuota per funzionare. Fossi stato un discepolo di Lacan - e non lo sono - avrei immediatamente pensato al Regina Nigra per segnare il parallelo con la lettera rubata dell’omonimo racconto di Poe. C’è bisogno che qualcosa passi, perché ogni cosa si metta in moto. Eppure, restiamo sempre all’interno di una macchina dotata di certi meccanismi, di certe giunture, di una certa melodia insistita, per quanto questa slitti lateralmente capitolo dopo capitolo.

Lo dico perché, a proposito di passaggi di consegne, ho appena terminato di leggere I Melrose; imbattermi in questo commento su Tedoldi arriva direi non a caso. Tanto I Segnalati è un testo lacaniano quanto I Melrose è un testo freudiano. Ovviamente sono dicotomie che vengono tracciate per il gusto stesso della tracciatura; e tuttavia dico questo nella misura in cui il godimento ne I segnalati passa attraverso l’intelletto, mentre ne I Melrose è tutta una questione di intensità emotiva - onde, folate di emotività bruta, bruta nella misura in cui an-organizzata. In alcuni passaggi emerge chiaramente il dilemma fondamentale della specie umana: come possiamo organizzare, magari con il linguaggio, la messe di Roba con cui il corpo - e la vita e l’esistenza animale di cui siamo parte - costantemente ci colpisce? Nel passare da una generazione all’altra, dal padre di Patrick ai figli di Patrick attraverso le esperienze di Patrick stesso, il problema resta pressoché il medesimo. La depressione - la vita? - può essere realmente letta come un problema di filtro e di digestione: digestione e filtri che non funzionano bene, che sono difettosi o che, più radicalmente, difettano. In fondo ha ragione qualcuno con cui ho spesso a che fare, quando esalta la fecondità teorica e innovativa di Bion. Lo si chiami come lo si vuole: campo intensivo, sistema morfogenetico, sistema dinamico; il punto è precisamente questo: qual è l’elemento necessario che si deve introdurre affinché il sistema orbiti attorno a nodi più stabili e che rendono l’entità che lo incarna più felice, più prospero, più […] [non trovo un termine adatto; si tratterebbe di dire: più ricco di potenzialità]? In fondo, che si tratti di un veicolo sottoposto a stress aerodinamico, di un ecosistema marino o della psiche umana non cambia poi molto. La possibilità della cura attraverso la psicoanalisi si fonda su questo; ed è più una questione di emotività - per tornare alla dicotomia I Segnalati / I Melrose; Lacan / Freud - che di intelletto (e intellettualizzazione).

[questo vale per me, sia chiaro; ho passato una vita a utilizzare quasi esclusivamente l’intelletto e a filtrare tutto attraverso di esso, con il risultato che, umanamente, ossia socialmente e affettivamente, mi sento spesso ridotto a un bambino in età pre-adolescenziale. Sto imparando l’ABC della de-intellettualizzazione dell’esistenza al prezzo di una sofferenza senza pari, dal momento che si tratta principalmente di sovvertire il proprio vocabolario e dare nomi diversi a cose diverse, o a cambiare nome a cose che credevi ne avessero altri e così via. La pochezza dell’esperienza linguistica - che ovviamente mi fa esultare di fronte a ogni tentativo di abbracciare la gamma delle infinite tonalità dell’esperienza interiore [penso in primis a DFW] - e con ciò intendo non tanto la sua limitatezza in estensione e profondità quanto la sua consustanziale natura di fenomeno ex-post - è qualcosa di cui inizio a diffidare. Da qualche parte lo scrive pure St Aubyn e credo sia lo scoglio contro il quale la speranza di comprensione, calcificazione e solidificazione del linguaggio[*] - e dell’intelletto e della concettualizzazione che passano attraverso di esso - deve necessariamente frangersi rumorosamente.

[*] nella misura in cui un’esperienza viene cristallizzata in concetti, non necessariamente verbali, e in parole, come una pietra levigata che resta sul tavolo della cucina poco dopo averla espressa - in pensiero o ancor più in parola - e se ne resta lì a guardarti, muta e in attesa di una qualche tua risposta, qualunque essa sia.

(Fonte: minimaetmoralia.it, via daskeckebeserl)

Febbraio 21, 2014

E per chiudere la serata Classic Trax, un bel documentario sul Tresor di Berlino - con un’ottima colonna sonora, oltretutto.

1:15am (view comments
FILED UNDER: tresor berlino club trax techno 
Febbraio 20, 2014

High Tech Soul: un documentario di qualche anno fa sulla storia della techno, documentario che mi ero sempre ripromesso di vedere ma che mi ero completamente scordato esistesse. Perché se dici Detroit non devi pensare a Marchionne e ai suoi 50 cachemire tutti uguali (l’ho letto su Internazionale), no, devi pensare a Knights of the jaguar di Aztec Mystic [qualcuno, vi prego, mi porti a ballare ‘ste cose. Lu, sei avvisata].