sometimes, deep rest is best
as seen on TV!

 





May
8th
Thu
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e io che mi pensavo che la vita del blogger fossero tutti fiorellini. fossero, cazzo.

catastrofe:

mm1:

catastrofe:

mm1:


ci sarà mica qualcosa di peggio sotto?
tipo, un libro di eìo in arrivo?

Ma pare evidente solo a me, o quantomeno altamente probabile, come Eio sia ben bluinstradato per la Mondadori?

dici?
c’hai la talpa?
parla, catastrophe, parla, sciorinaci sapienza ;)

Nessuna talpa, né voce di corridoio o accenni criptici colti in chissà quale scritto - è una mia semplice previsione, basata su alcune considerazioni elementari che riguardano il suo blog, i Fincipit e l’Accalappiacani. Anzi, trasformiamola pure in una scommessa: dico che entro due anni a partire da ADESSO eio pubblicherà qualcosa per Strade Blu della Mondadori (poi eio mi fregherà pubblicando per la feltrinelli, lo so).

 aaaah, una supposizione.
allora ti sfido a singolar tenzone: te, feltrinelli e mondadori; io, rizzoli, tipo 24/7, o bompiani.
ok?
ok.



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e io che mi pensavo che la vita del blogger fossero tutti fiorellini. fossero, cazzo.

catastrofe:

mm1:


ci sarà mica qualcosa di peggio sotto?
tipo, un libro di eìo in arrivo?

Ma pare evidente solo a me, o quantomeno altamente probabile, come Eio sia ben bluinstradato per la Mondadori?

dici?
c’hai la talpa?
parla, catastrophe, parla, sciorinaci sapienza ;) 



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e io che mi pensavo che la vita del blogger fossero tutti fiorellini. fossero, cazzo.

Ad alcune persone che hanno avuto la sfortuna di corrispondere con me avevo già detto da tempo quale era la mia aspirazione: avere una rubrica settimanale su Donna Moderna. Grazie ad una persona che ho conosciuto attraverso il blog, nelle ultime settimane questa mia aspirazione è diventata realtà.

e io che mi pensavo, tempo fa.

e poi uno pensa, non so, di voler fare il calciatore. o la velina. 

ad ogni modo, un grazie ad eìo per avermi citato emmabois e avermi fatto così recuperare una delle sue, di eìo, perle perdute (file under, crawling).

oltretutto, mi è stato fatto notare, il plagio paga!
mica lo sapevo fosse finito a fare il webmaster del sito, toh che caso, della nuova rivista degli emiliani che tanto ama.
ci sarà mica qualcosa di peggio sotto?
tipo, un libro di eìo in arrivo?
e come si fa?
lo catalogheranno sotto, nuova narrativa emiliana, pure lui che è di cuneo? mumble mumble.
stiamo a vedere che succede, al buon eìo.



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May
7th
Wed
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te lo do io il "Corollario"

paulthewineguy:



Paolo Nori - Bassotuba non c’è.

Un solo appunto. Eio scrive uguale-uguale a lui. Dovrei dire che gli rende omaggio, che fa più figo. Ma anche no. Quindi se comprate il libro disicrivetevi dal suo blog. E da quello di Stark. E da questo. Io vi ho avvisato, eh.

cos’è, la blogosfera scopre solo ora che eìo è un plagio del Nori dei (bei) tempi che furono? eìo s’è fatto la fortuna, a copiare Nori. chissà cosa pensa, il Nori dei (bei) tempi che furono, di questa cosa. furbo, eìo. gli puoi dire tutto, fuorché che non sia furbo, lui, che è buono con tutti.

[Nori, e quel tocco di emilianità che si ritrova anche in Cornia, in Colagrande, ecc. ecc.]

la cosa che infesta il pensiero, riguardo al Nori dei tempi che furono, è che c’è un mucchio di lettori deficienti che prende Nori per uno che fa ridere ed è simpatico ed utilizza il gergale per rivestire la contemporaneità di se stessa - ma in fondo, pensano dentro di sé, questo è uno che non parla di un cazzo e si sta leggeri a leggerlo. che è come la Kinsella: uno se lo legge, Nori, ci fa due risate sul water, ahé, fiondare, fico, che tanto sono manabili, i libri, e poi tiene le coste dell’einaudi stilelibero uno fianco all’altra e ci fa più figura che quei parallelepipedi paperback che sanno di vacuità ed aperitivo in provincia.

Nori che invece ha(aveva) un pensiero forte e sotterraneo, in un certo senso filosofico, anche, e terricciamente disperato, e un temperamento di immersioni ed emersioni continue, ostinate.

e quell’emilia letteraria, che ora si è asciugata e si trascina e a fatica, girava attorno alla semplicità (il semplice era la rivista che Cornia e Cavazzoni e Benati e Celati e i Gianolio eccetera) come metro linguistico e di pensiero per pensare le cose e pesare le parole, che poco spartisce con l’orizzonte della civiltà intellettualmente precaria che oggi, tipo eìo insomma, storpia quella semplicità rendendola macchiettismo e puro. esercizio. imitativo.

[poi vabbé, finisci per scrivere una rubrica su qualche giornale, ma non sono sicuro che ce l’abbia ancora, la rubrica]

favola della buonanotte, di Bruno Munari:

Quando qualcuno dice:
questo lo so fare anch’io,
vuol dire
che lo sa rifare
altrimenti
lo avrebbe già fatto prima.

insomma, una volta va bene. due, passi. però ora si esagera.



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May
6th
Tue
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***
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[TheDieline.com] Beck 8-Bit concept package design

ma chi non ama il mondo del package design?

ecco un concept di DHNN (design has no name) per un immaginario EP di Beck dal titolo 8-bit, che si rifà, ovviamente, alla cartuccia del NES. meraviglia.

l’intero set di foto qui - e il sito, preferitatelo!



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May
2nd
Fri
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CCCP Fedeli Alla Linea, le ristampe

la emi ristampa la discografia dei cccp, mandando fuori catalogo la vecchia edizione: prima tiratura in digipack e, soprattutto, una rimasterizzazione di cui dischi come affinità-divergenze avevano un bisogno, disperato e necessitante bisogno.

a distanza di vent’anni dalla sua pubblicazione, qual è l’importanza che riveste ancora oggi un disco del genere? [inserire un aggettivo che indichi le dimensioni di uno di quei magazzini prefabbricati che si trovano lungo la linea ferroviaria milano-venezia, di quelli che potrebbero tranquillamente essere siti temporanei di stoccaggio per rifiuti altamente tossici in bidoni xtg-11 standard dell’altezza di un metro e cinquanta a base circolare con raggio di quarantadue centimetri e un teschio crociato sul lato esterno, impilati l’uno in fianco all’altro in forme vagamente alvearoidali, in attesa del Convoglio Non Meglio Specificato delle 4.55 del giovedì]

importanza, certo, ma dell’importanza non me ne frega un cazzo, perché è un disco di una bellezza senza pari, che fa deserto attorno a sé in quello che siamo costretti a chiamare “panorama rock italiano”; ci arrivai in ritardo, rispetto alle turbe giovanili che vi avrei in parte riversato se ci fossi arrivato adolescente adolescentissimo, e per me fu la santificazione di un gruppo che avevo per molto tempo etichettato come gruppo per sedicenti comunisti.

sbagliavo di grosso, perché di politicizzato i cccp non avevano nulla se non il nome, un preciso immaginario etico ed estetico che scarnificava con la stessa voracità pci e oratorio, cultura e nomenclatura, pubblico e privato. affinità-divergenze è il parto di due, ferretti e zamboni, che avevano passato da tempo l’età per soffocare con gioia nello spleen delle pulsioni ormonali, che il no future non era una grande novità, biografico come il plastic ono band e come il plastic ono band mirò al cuore e questo resistette malgrado tutto, in un rigurgito di onestà che fa tremare ancora oggi il pensiero - ed io che venivo dalla campagna e che gli 80 li ho passati assorbendo nelle parole degli altri e di mamma televisione solo il riflesso scontornato di dipenze e nuove malattie e anni di plastica e diverse fini di diversi ismi, ma la netta percezione pur sommersa dalla gioia animale di quegli anni che qualcosa in un punto non precisato fosse sul punto di esplodere da un momento all’altro, ed io che venivo dalla campagna e incominciava a starmi un po’ stretta e i 90 li ho passati in uno stato di incoscienza e profonda incertezza (e totale incapacità di gestione) del corpo e dei confini affettivi, uno stato che si sarebbe potuto definire un po’ datato e romanzesco, quasi, che è poi una delle innumerevoli declinazioni dell’adolescenza, che divenne di colpo e in grazia di un’estate cinica e apatica noia ovvero furore divino e iconoclasta (perché non si scopava chi si amava, e del resto né si scopava punto)__ io ascoltai per la prima volta affinità-divergenze nel 2002, era settembre: e ritrovai quegli anni, di perdite sofferte e ritardo esistenziale, l’intensità infinita, e certo, trasfigurata, delle parole della memoria.



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Apr
28th
Mon
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nowadays - electronic songwriting?

(la foto dei Nôze è di landrew hansberger)

era un po’ che non compravo cose della Get Physical; precisamente, dalla pubblicazione del debutto di Chelonis R. Jones, dislocated genius; certo, movements dei Booka Shade faceva il punto su quello che era il suono dell’etichetta, tuttavia, pur ascoltati i pezzi un milione di volte, l’amore non era scattato; non solo, nel 2008, quel suono sembra esserci arrivato col fiato corto, cortissimo, un po’ come il revivalismo italo e gli innesti space alla Lindstrøm.

ecco invece che la Get Physical ribalta un po’ tutto e dà alle stampe il terzo disco dei francesi Nôze, Nicolas Sfintescu ed Ezechiel Pailhes, approdati sulla label berlinese con la pubblicazione del 12” danse avec moi giusto il mese scorso; songs on the rocks, questo il titolo del disco.

ci arrivo con enormi perplessità, nonostante quel balearico piano 90’s[*] del drama-singolone remember love (contenuto nell’album), per molti il pezzo techno del 2007, pezzo che grazie al testo entra di diritto nella top10 dei pezzi “electro/house cantati” - insieme a, per dire, glamourama di Photek, la discoteca degli Exch Pop True, teachers dei Daft Punk, losing my edge degli LCD soundsystem, what happened? di Abe Duque… ed eccetera.

dubbi che si squagliano di fronte ad un disco insolito, anche perché decentrato rispetto alle aspettative, dove l’utilizzo del mezzo elettronico pare solo, e sottolineo solo, un “mezzo-per” fare del pop con una sensibilità tutta europea, una cosa francotedesca tipo alsazia-lorena, i brani strutturati attorno alla linea di pianoforte, qualcosa che sconfina spesso nel blues, anche grazie alla voce waitsiana di Nicolas, nel cabarettistico malinconico che di solito non tollero e invece, nel cinematico e nell’atmosferico___

l’esempio è lo scarto compiuto nel passaggio tra un altro successone dei Nôze di tre anni fa, kitchen, incursione minimal nei privé più sozzi d’europa, e la versione ripresentata in questo disco, flash pianistico da un minuto e mezzo che trasfigura totalmente il ben noto verso “come on and follow me, we’ll have some fun, i’ll make you come all night long”.

questo, il video del brano del 2005:

 

e questa, invece, la pop version contenuta nel disco.

il che non significa che songs on the rocks sia un disco da avere assolutamente…; forse ci vorrà un altro album per misurare l’effettivo potenziale dei Nôze e capire se questo disco avrebbe dovuto esser letto come un mezzo passo falso o piuttosto come il primo abbozzo della nuova direzione intrapresa dai due.

tuttavia, ciò che più mi preme è il contesto in cui si inserisce il disco, un contesto che ha visto uscire nei primi mesi del 2008 altri due album - questi sì, almeno per me, da avere assolutamente - che fanno del mezzo elettronico, come dicevo sopra, solamente un “mezzo-per” giocare con la materia pop, ognuno a modo suo, tenendo conto dei trascorsi dei due artisti in campo: sexuality di Sébastien Tellier e when horses die… di Thomas Brinkmann.

la cosa curiosa è che entrambi girano attorno al sesso, alla morte e al desiderio, l’un l’altro come recto e verso delle medesima - psicoanaliticamente lacanian/freudiana - medaglia, entrambi di una bellezza morbosa e notturna, il difficilmente confessabile che cresce tra le radici dell’umano, ma sottopelle.

entrambi esemplificazione (e in questo senso estremamente interessantissimi) di come sia cambiato radicalmente il linguaggio musicale nel corso di questi anni - l’adagio che se ne ricava è qualcosa di questo tipo: “non esiste musica degli anni ‘50 ‘60 ‘70 eccetera, ma esistono suoni vecchi e suoni nuovi, suoni degli anni ‘50 ‘60 ‘70 eccetera legati all’evoluzione tecnica dei modi per produrli”; di come, dunque, gli autori stiano approcciando la scrittura musicale, passatemi il termine, alta (in contrapposizione alle one-hit-wonder da classifica alla Robyn, per dire, dove il flirt va avanti da tempo, ma in una maniera, con le dovute eccezioni - Richard X per esempio - molto più superficiale), attraverso l’utilizzo di suoni “electro”; di come stia facendosi largo un’idea definibile come electronic songwriting, il rinnovarsi della forma canzone facendo uso di nuovi strumenti, senza limitarsi ad introdurli per fregiarsi del, ehi! sto facendo elettronica! e poi che cazzo te ne frega se non ho nulla da dire - e questo è enormemente positivo, posto appunto che uno, il talento, o ce l’ha, o non ce l’ha[**].


 

NOTE:

[*] ma quanto splendono ancora, a distanza di vent’anni, le poche righe di pianoforte che costituiscono l’anima di strings of life di Derrick May? ci sono giorni che mi ritrovo a canticchiarle dal nulla, all’infinito. a chi interessasse, la mia preferenza va per la versione del ‘95 denominata strings of the strings of life, una sorta di sidereus nuncius edit che riduce la battuta all’osso e lancia quelle note nello spazio profondo. che è poi uno dei motivi per cui amerò per sempre la detroit techno.

[**] comunque, tutto questo può anche non essere una grande novità - basti pensare a certi Kraftwerk, ai Massive Attack, ai Portishead: di nomi ce ne sono parecchi. quello che mi colpisce è che il percorso sembra essere quello di artisti che partono dalla materia elettronica per giungere ad un ibrido pop, piuttosto che musicisti ancora in un certo senso “tradizionali”, per cui l’ibridazione si colloca più sul piano dello strumento che su quello delle idee di partenza e del risultato - forse solo i Kraftwerk, da questo punto di vista, possono essere considerati, anzi, anche da questo punto di vista, dicevo, possono essere considerati degli autentici padri…



***
Apr
21st
Mon
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in principio era l'azione

una cosa che la sinistra italiana sembra aver perso completamente di vista è il capitale concetto di problema: cardine della riflessione deleuziana, il concetto di problema si costituisce come ciò che è dato in quanto tale, ovvero una sorta di domanda che gli elementi in gioco generano da sé, senza alcuna necessità che un soggetto supposto tale li intenzioni in quanto “dati” del problema [*] - in questo senso, gli automatismi complessi e le interazioni tra oggetti sono sufficienti a Deleuze per non invischiarsi in qualcosa che non sia più che una meccanica dei corpi e delle interazioni tra essi.

tipo:

dato un problema come quello dell’immigrazione, esistono più soluzioni, soluzioni di destra, soluzioni di sinistra. non è che uno può rimuovere il problema dicendo che, be’, no no no, quello non è un problema di cui la sinistra possa farsi carico. il problema resta, la domanda incombe e intanto si perdono le elezioni.

comunque.

a proposito di problemi che restano sempre quelli mentre sono le risposte a variare nel corso dei secoli e delle formulazioni, mi sono sempre chiesto[**] quale potesse essere il suono dell’origine dell’universo.

so che il cosmologo mi direbbe, poiché siamo nel vuoto, non sentiresti alcunché. ma dal momento che la cosmologia dà della cosmogonia una visione alquanto approssimativa - e contemporaneamente assolutamente affascinante e permeabile all’inserzione di qualsiasi appendice fantascientifica -, be’, io mi sono sempre immaginato la nascita dell’universo come qualcosa che suonasse a metà tra questo:

questo:

e questo:

tre dischi talmente alieni da corrispondersi in un’unica dimensione a cavallo della fine e del principio, triplice take orgiastico (Davis) - onirico (Göttsching) - estatico (Pran Nath) dell’umano sul problema dell’Origine, un viaggio nel suono che rappresenta il trionfo del pollice opponibile, quella cosa che, unita al talento, fa di un qualsiasi oggetto d’elezione l’estensione inconsapevole del proprio sentire - tromba, chitarra o voce che sia.

tutto questo perché da stamattina sto ascoltando incessantemente questo 12” di Omar S.,

psycotic photosynthesis, uno di quei pochi pezzi techno che hanno un’anima e odorano di sacro; uno di quei pochi pezzi techno - non mi stancherò mai di amare Carl Craig per questo - che puntano dritti al cielo e danno la loro personale versione del cosmo; uno di quei pochi pezzi techno che mi ha mosso nuovamente al pensiero della trinità di cui sopra, arrivando a lambire le coste di E2-E4 in termini di visione, qualcosa come il terzo occhio del 2008.

[*] da questo punto di vista, ogni cosa costituisce problema, inteso quindi come stimolo -o, complesso di stimoli, in cui ogni elemento è a sua volta un complesso di stimoli e così all’infinito-, dicevo, come stimolo ad agire. azione che equivale dunque a rispondere, risolvere il problema.

[**] mi sono anche sempre chiesto per quale motivo, quando si fa il bucato con un copripiumino (di quelli con il buco per infilarci il piumino) e qualsiasi altra cosa, indipendentemente dalla disposizione iniziale dei panni nella lavatrice, ogni cosa, persino un lenzuolo anche più grande del copripiumino, un paio di jeans, magliette varie, eccetera eccetera, dicevo, mi sono sempre chiesto per quale motivo ogni cosa finisca sempre all’interno copripiumino.



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Purtroppo la poveretta è impazzita

weekendance:

Ma il video “virale” in cui Madonna passa l’aspirapolvere e ringrazia il suo pubblico, l’avete visto? YOUTUBE 

…emptiness is loneliness, and loneliness is cleanliness
and cleanliness is godliness, and god is empty just like me…



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